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I ricordi di Marco. Il rito della mietitura del grano

Continua il racconto a puntate di Marco Manoni sulla Lucrezia del dopoguerra. Il ricordo della famiglia Mariotti e l'importante rito della mietitura.

marco manoniLUCREZIA – Continuo a raccontare le famiglie lucreziane degli anni Quaranta e Cinquanta. Dopo aver percorso il viale della Stazione, torno sulla strada Flaminia in direzione Fano. Appena girato l’angolo, sulla destra, viveva la famiglia Mariotti, soprannominata Michelin.

Erano marito e moglie, lui di nome Guido e la sua sposa Maria, avevano tre figlioli Derno, Alba ed Elso. Ricordo Guido un uomo serioso, grande lavoratore, coltivava a mezzadria un terreno di cinque o sei ettari di proprietà del signor Pandolfi, quello della grande cantina del Viale della Stazione.

La loro piccola casa colonica era a ridosso della Flaminia dove oggi c’è la piadineria. Il terreno ricopriva l’odierna piazza Martiri di Bologna, il parco fino alla cantina per poi proseguire a sud della ferrovia.

Ho avuto un bel rapporto di amicizia con i loro figli Derno ed Alba. Eravamo coetanei e allora si cresceva all’ombra del campanile, sotto l’attenta visione del parroco don Ettore Carboni.

Alla famiglia Mariotti lego il ricordo di quando, in estate, si faceva la mietitura del grano. Così dalla strada del viale potevamo osservare i mietitori chini sulle stoppie con la falce in mano.

L’inizio della mietitura corrispondeva a metà giugno. Un paio di settimane prima passava il cappellaio per le case e tutta la famiglia si dotava di un cappello di paglia per proteggersi dal sole cocente dell’estate. Le donne preparavano dei manicotti di stoffa per proteggere gli avambracci dalle insidiose stoppie.

Quando il “capoccia” decideva l’inizio della mietitura, ci si  ritrovava tutti, il mattino, sull’aia e, appena asciugata la rugiada, aveva inizio la mietitura del grano.

Prima di chinarsi a raccogliere, una donna della famiglia invitava tutti a recitare una preghiera: “Dio fa che possiamo saziarci in serenità e pace!”.

I mietitori si disponevano a ventaglio sul terreno e facevano dei mucchietti di grano che chiamavano pecorelle. Subito dietro, un uomo con una rudimentale pressa legava i covoni e noi ragazzi portavamo le tante pecorelle.

Nel frattempo, la donna che era rimasta a casa, verso le nove del mattino, portava la colazione che si consumava all’ombra di una pianta. Più tardi sarebbe tornata portando acqua e vino freschi in attesa del pranzo di mezzogiorno.

Nel  pomeriggio si riprendeva a falciare sino all’ora della merenda, verso le sei, che consisteva in pane e prosciutto. La mietitura riprendeva fino all’ora dell’Ave Maria. Gli uomini ammassavano i covoni sulle stoppie e le donne rientravano a casa per accudire i bambini.

La giornata finiva con gli uomini che si sedevano davanti casa sotto la grondaia tenendo il loro cappello in mano. Intorno a loro le rondini pigolavano con i loro rondinini, i pipistrelli volteggiavano a bassa quota, il cane strattonava la catena a cui era legato per cercare di prenderli invano. Soffiava una dolce brezza di ponente alla fine di una giornata che era costata tanta fatica e sudore.

Questo è il mio affettuoso ricordo ella famiglia Mariotti, soprannominata Michelin. Alla fine degli anni ’50 i Mariotti emigrarono in America.

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