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I ricordi di Marco, Felice e la Dina dla Posta

Continua il racconto a puntate di Marco Manoni sulle famiglie che abitavano Lucrezia negli anni '40 e '50.

marco manoniLUCREZIA – Siamo giunti all’altezza del viale della stazione ferroviaria, oggi viale della Stazione appunto, una strada diritta ed alberata da rigogliosi tigli.

Nella prima casetta al piano terra c’era l’ufficio postale, al piano superiore l’abitazione del direttore. Si chiamava Felice Ricci, sposato con una donna di cui non ricordo il nome. Avevano due figlioli, il primo Dante e l’altra Dina. Tutti lo chiamavamo Felic d’la posta, questo era il suo soprannome.

Felice un uomo mite e gentile. Portava gli occhiali da vista quasi sulla punta del naso. Aveva un fratello frate e si assomigliavano. Si chiamava Padre Filippo, lo si vedeva raramente, probabilmente era chiuso in qualche lontano convento.

Porto il ricordo di Felice quando io seguivo mia mamma Lidia all’ufficio postale. A quel tempo molti contadini avevano l’abbonamento al giornale di Sant’Antonio da Padova. Lui, molto disponibile, ci compilava il vaglia con fare gentile.

Felice aveva un hobby particolare per quei tempi. Si dilettava a riparare vecchie moto, aggiustava le parti meccaniche e, quando era convinto che la sua creatura fosse a puntino, infilava un casco di cuoio, gli occhialoni da motociclista: sembrava un marziano.

Al momento della partenza dal tubo di scarico usciva tanto fumo ed il motore scoppiettava. Si infilava sulla via Flaminia sorpassando biciclette, carrettieri, birocci trainati da mucche ed i tanti pedoni.

Spesso però si ritrovava a piedi a dover spingere la moto, stanco e sudato. Qualche buontempone commentava: “Felice ha messo a puntino una moto molto risparmiosa: con un litro di benzina percorre cinquanta chilometri, venti in sella e trenta a piedi!”.

Dei loro due figlioli, Dante si era laureato ingegnere, credo, così andò prima all’università poi trovò lavoro in un luogo lontano di cui non ricordo il nome.

Invece ricordo Dina una bella giovinetta che continuò gli studi fino a diplomarsi. Sarà l’erede di papà Felice nel piccolo ufficio postale.

Dina era molto corteggiata per la sua bellezza e simpatia. Si fidanzò con un giovane fanese di nome Aurelio, un giovane simpatico, estroverso, grande organizzatore di feste, sagre paesane e attivo nel mondo del calcio.

Ricordo che quando don Giuliano, allora parroco di Lucrezia, diede vita alla compagnia teatrale, dovevamo interpretare piccole e buffe commedie. Il mio ruolo era quello del comico. Io ed Aurelio iniziammo a fare le prove, io facevo benissimo la parte del balbuziente. Aurelio non riusciva a trattenere le risate. Una sera mi disse: “Marco, io non riesco a trattenermi, tu mi fai troppo ridere. Rinuncio a recitare!”.

Aurelio e Dina si sposarono e dalla loro unione nacquero tre splendidi figlioli.

Questo è il dolce ricordo che porto con me della famiglia de Felic d’la Posta legato al periodo in cui ero un fanciullo.

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