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Una Provincia assetata mentre l’entroterra è sempre più “riserva indiana”

La storia delle crisi idriche viene da una serie di mancate azioni nel passato

entroterra riserva indiana crisi idricaLa nuova crisi idrica che sta investendo l’intera Provincia di Pesaro e Urbino e non solo sarebbe il frutto di mancate azioni che la politica negli anni avrebbe dovuto intraprendere. Toni Matteacci, assessore del comune di Cantiano, ripercorre alcune tappe di queste “promesse mancate” evidenziando come tutto l’entroterra stia diventando sempre più una riserva indiana, di fronte ad una politica che penserebbe invece piuttosto a “salvare se stessa”.

Storie di pozzi, buche, ospedali, promesse, bugie e altro. Insomma: la pazienza e la memoria ai tempi della Riserva Indiana.

Siamo ormai prossimi al milionesimo metro cubo di pregiata, pura, strategica acqua di profondità emunta dal Pozzo del Burano.

Il tutto mentre più di un fatto legato a questa vicenda e a quelle della martoriata sanità locale, della viabilità da corridoio bizantino, del destino di molti uffici e servizi spinge sempre di più le popolazioni dell’entroterra a percepire la propria condizione come marginale, di abbandono, di insignificanza reale: una riserva indiana, per dirla in un modo che un tempo sarebbe stato tacciato di populismo e demagogia, ma che appare purtroppo sempre più appropriato a definire una condizione reale sociale, economica, psicologica.

Ci si trova cioè sempre più spesso nella condizione di chiedere, con diffidenza e a volte rassegnazione, dialogo e condivisione, trasparenza e attenzione, quasi sempre inascoltati: questo vale per i comitati, vale per le associazioni, vale per i movimenti, vale per gli amministratori più autonomi preparati e coraggiosi, legati ai propri territori prima che ad altro.

La politica, certa politica ormai ridotta prevalentemente a ristretti comitati elettorali e di potere, promette, valuta, spesso guarda altrove.

Dalle scelte sanitarie imposte e portate avanti tra algoritmi e blitz notturni natalizi, determine e smembramenti, privatizzazioni e bugie ai misteri e alle sparizioni sugli studi sulle acque di profondità. Dominano arroganza e opacità.

Ad esempio, per tornare all’attualità del pozzo del Burano, non sono ancora pubblici gli studi idrogeologici che consentono di individuare la quantità di acque da poter emungere senza mettere a rischio una risorsa profonda scarsamente rinnovabile (gli studi del professor Nanni dell’Università di Ancona): ma intanto si emunge violentemente e si butta quest’acqua pregiata nel fiume dove percorre 15 chilometri in un subalveo ormai quasi secco, sotto il sole, mescolandosi con gli scarichi dei depuratori, per poi, dopo vari passaggi, essere di nuovo depurata.

E dove sono finiti gli studi eseguiti dal 1996 al 2006, quando il Pozzo venne monitorato costantemente con aperture mirate e programmate per verificarne le conseguenze: il tutto annotato, registrato e consegnato personalmente dall’allora Assessore Giacchi alla Protezione Civile? Per adesso non è dato sapere.

E quanto tempo ci vorrà ancora per redigere il famoso elenco dei pozzi indicati come acque strategiche da tutelare (e quindi non rinnovabili? ) nella speranza di vedere il Pozzo del Burano in questo elenco? Elenco promesso dopo l’assalto definitivo – caldeggiato dai gestori come Marche Multiservizi – da parte della attuale maggioranza regionale alla Legge reg. 5 del 2006 che salvaguardava le acque di profondità?

Tutto questo mentre prosegue, e la cosa vista dall’entroterra appare paradossale e beffarda, la campagna di sensibilizzazione e informazione al corretto uso dell’acqua, rilanciata da quotidiani, social, siti istituzionali nel timore, fondato quanto tardivo di un ulteriore peggioramento della crisi idrica.

Campagna tanto condivisibile da apparire persino ovvia: e dovrebbe essere sostenuta e diffusa sempre, non solo in occasione delle ripetute e ormai quasi strutturali crisi idriche.

Ma verrebbe da dire: da quale pulpito…se l’invito al risparmio e all’attenzione viene anche da quanti tutti i giorni da anni, decenni, disperdono “fiumi” di acqua in acquedotti colabrodo, rinnovando la promessa di impegni, controlli, investimenti, studi, monitoraggi. Ma spesso limitandosi ad aprire un rubinetto.

Quella degli impegni e delle promesse ad ogni nuova emergenza è una storia vecchia ed insopportabile: ciò non di meno avere memoria dei tanti impegni disattesi è importante e a questo riguardo potremmo addirittura risalire al 2007 quando l’allora Presidente della Provincia Ucchielli, che naturalmente aveva promesso che non sarebbe più successo quello che stava succedendo, cioè l’ennesima emergenza idrica dopo quelle del 1993 e del 2003, fece preparare dall’ufficio Servizio Acque Pubbliche un programma di interventi ed investimenti con tanto di tempi di attuazione, soggetti attuatori, coperture finanziarie; eccolo:

1- Revisione opere di presa per uso potabile con l’obiettivo di ottimizzare le captazioni e rilasciare il deflusso minimo vitale. Soggetto attuatore: Provincia e gestori. Tempo attuazione : 1 anno. Copertura finanziaria: entrate canoni. ù

2 – Revisione reti di distribuzione con i seguenti obiettivi: interconnessione; risanamento e riduzione perdite; nuove condotte e serbatoi. Soggetto attuatore: Comuni e gestori. Tempo: due anni; Copertura: entrate canoni.

3 – Ripristino capacità degli invasi esistenti ( Furlo, S. Lazzaro, Tavernelle, Mercatale); Obiettivo: recuperare più di un milione di metri cubi di acqua dai bacini interrati sul Metauro, oltre a 700-800 mila sul Foglia.Soggetto attuatore: Enel, Consorzio di bonifica. Tempo: uno-due anni;Copertura: Sovvenzioni Stato e reimpiego materiali rimossi

4 – Creazione di nuovi invasi; Obiettivo: creare nuovi accumuli per uso potabile oltre che irriguo e antincendio. Soggetto attuatore: enti pubblici; Tempo: tre anni. Copertura: apposito finanziamento.

5 – Ripristino e costruzione piccoli invasi collinari; Obiettivo: costruire riserve idriche ad uso prevalentemente irriguo. Soggetto attuatore: aziende agricole; Tempo: un anno. Copertura: incentivo per gli agricoltori attraverso contributi od esenzioni tasse.

6 – Sistemi di irrigazione a basso consumo.

7 – Sistemi di ricircolo dell’acqua a uso industriale.

8 – Utilizzo acque reflue impianti di depurazione. Tempo: un anno; copertura: mutui.

9 – Razionalizzazione concessioni e utenze esistenti. Obiettivo:riduzione dei prelievi attuali, da commisurarsi agli effettivi bisogni. Soggetto: Provincia. Tempo: un anno. Copertura: canone ed assegnazione personale.

Un elenco impressionante e sconfortante – cosa e quanto sia stato realizzato ognuno può valutarlo da sé.

Cui potremmo far seguire, tanto per fare un altro esempio, il convegno del 14 dicembre 2012 tenutosi in Provincia alla presenza di esponenti della Regione, Aato, Consorzio di Bonifica, Sindaci, gestori, nel quale gli impegni assunti – alcuni inquietanti e fortunatamente disattesi – questa volta furono:
1 – Sfangamento degli invasi del Metauro a partire da San Lazzaro.
2 – Investimento di 1MILIONE nella ricerca di fonti alternative, priorità i pozzi profondi di Sant’Anna e San Lazzaro, con L’OBIETTIVO DI ARRIVARE AD UNA RISPOSTA ENTRO IL 2013, per “sapere quanta acqua si può prelevare”.
3- Progetto, illustrato dall’ad di marche Multiservizi Tiviroli, per ridare acqua al torrente Giordano interamente captato; “Marche Multiservizi punta a collegare il Pozzo Burano alle sorgenti del Nerone. Rilasciare acqua sul Giordano in estate ( almeno 20 litri al secondo ) ed incrementare il prelievo dal Pozzo del Burano che attualmente serve solo i Comuni di cagli ed Acqualagna con 30 litri al secondo”.

L’allora Presidente provinciale Matteo Ricci si impegnò ad approvare entro fine inverno un documento che fissasse le strategie discusse. Era il 2012.

Infine un dubbio ed una preoccupazione: pagheremo in tariffa anche questa emergenza?
Non è uno scherzo: ricordate cosa avvenne nel 2012?

Il Consiglio di Amministrazione dell’AATO, con la delibera n. 2 del 21 febbraio 2012, stabilì che i costi dell’emergenza idrica del 2011 (per l’esattezza 1.064.311,50 euro) fossero pagati dai contribuenti e naturalmente, senza nessuna differenziazione tra costa e montagna.

Come dire: tutta quella bellissima acqua generosamente riversata nel fiume dal Pozzo del Burano, il via vai infinito di autobotti, il maggior consumo di energia, tutta questa roba ed altro venne pagata attraverso tariffe maggiorate a partire nel corso del 2015 e del 2016 dal momento che per il 2012 e per il 2013 la tariffa aveva già raggiunto il tetto di incremento previsto del 5%.

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