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Il ricordo dell’Università di Urbino di Luis Sepulveda

L'università aveva conferito la Laurea Honoris Causa in Lettere al grande scrittore nel 2005.

luis sepulveda urbno
Luis Sepulveda riceve la Laurea Honoris Causa nel 2005. (da sinistra) il prorettore Vicario Mauro Magnani, il rettore Giovanni Bogliolo, Luis Sepulveda e il Preside della facoltà di Lettere Giorgio Cerboni Baiardi.

URBINO – Un velo di tristezza si è steso sull’Università di Urbino alla notizia della morte di Luis Sepulveda, che fu tra i protagonisti delle celebrazioni per il V centenario dell’Ateneo.

Il 30 settembre 2005 ricevette infatti dalle mani del rettore Giovanni Bogliolo la Laurea ad honorem in Lettere nell’Aula Magna dell’ex Rettorato.

Nella motivazione della laurea, Sepulveda veniva descritto come “lo scrittore più amato di tutta l’America Latina e un simbolo di giustizia e di coraggio“.

Per il rettore Vilberto Stocchi “con Sepulveda scompare non solo un grande scrittore ma un testimone universale dell’impegno civile e della lotta per i diritti umani.

Valori che il nostro ateneo sottolineò nel conferirgli la laurea ad honorem e che mantennero quel rapporto vivo e costante negli anni, grazie al suo ruolo di presidente onorario dell’Associazione Tonino Guerra”.

Così lo ricorda il professor Giovanni Darconza, docente di letteratura ispanica dell’Ateneo: “Oggi, 16 aprile 2020, giorno del mio 52esimo compleanno, che da oggi ricorderò anche come il giorno della morte di Luis Sepúlveda, vorrei ricordare lo scrittore cileno appena scomparso attraverso la frase di uno dei suoi libri più famosi, Il vecchio che leggeva romanzi d’amore (1989): “Onecén è il nome del santo dei gringos. È sulle loro monetine, e si scrive separato e con una t alla fine. One cent.”

A ricordarci che ogni volta che il dio denaro prevarrà sull’elemento umano, il prezzo da pagare sarà enorme. Come quello che stanno pagando le vittime del coronavirus, di cui siamo noi i responsabili con le nostre azioni e le nostre scelte egoistiche e sconsiderate.

Anche perché i “gringos” di cui parla Sepúlveda non sono solo i nordamericani. Siamo tutti noi, uomini “civilizzati” del terzo millennio.

Per fortuna ci sono ancora gli scrittori a ricordarci che la vita di ogni singolo neonato, di ogni uomo, di ogni anziano vale più di un tasso di interesse agevolato.

Nato in Cile nel 1949, Luis Sepúlveda lasciò il suo paese dopo il golpe di Pinochet in quanto membro attivo dell’unità popolare cilena.

Da lì fu esule in Brasile, Uruguay, Paraguay, Perù Ecuador, Germania prima di trasferirsi definitivamente a Oviedo, in Spagna, dove è spirato stanotte a causa del coronavirus.

Acuto narratore di viaggi e avventure ai confini del mondo, Sepúlveda ha scritto numerosi romanzi, racconti e commedie come Il vecchio che leggeva romanzi d’amore (1989), Il mondo alla fine del mondo (1989), Un nome da torero (1994), La frontiera scomparsa (1994), Patagonia express. Appunti dal sud del mondo (1995), Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare (1996), Incontro d’amore in un paese in guerra (1997), Hot line (1998), Diario di un killer sentimentale (1998), Jacaré (1999), Le rose di Atacama (2000), Ultime notizie dal Sud (2011) e molte altre opere. L’ultimo, pubblicato nel 2018, è Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa.

Così Sepúlveda descrisse un giorno la sua scrittura: “Il mio stile è sobrio, ma non in modo ricercato. In questo senso ho sempre presente la lezione di Hemingway, che ha detto: si possono scrivere ottime storie con parole da venti dollari, ma la cosa davvero lodevole è raccontare quelle stesse storie con parole da venti centesimi“.

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