Il Metauro
notizie dalla valle del Metauro

BCC FANO POS

“A proposito della lettera del Sindaco Seri a Ceriscioli sulla Sanità”

La riflessione dell’ex sindaco di Fano Cesare Carnaroli e Dino Zacchilli.

cesare carnaroli, ex sindaco di Fano
Cesare Carnaroli

FANO – “Noi prendiamo atto, con interesse, della lettera, da alcuni giudicata tardiva, del Sindaco Massimo Seri al Presidente della Regione Marche Luca Ceriscioli, nella quale si chiede di rivedere gli accordi del 2018, tra Regione e Comune di Fano, relativi ad alcuni aspetti dell’organizzazione sanitaria, in particolare all’assetto dei plessi ospedalieri di Pesaro, Muraglia e Fano, organizzati nell’Azienda Ospedaliera Marche Nord.

La motivazione principale di tale ripensamento, secondo Seri, è da ricercarsi nella pandemia Covid 19 che ha cambiato, profondamente ed in modo irreversibile, il giudizio, sia dei cittadini che degli esperti, sul modello organizzativo del sistema sanitario, di cui la pandemia ha fatto emergere tutti i limiti strutturali e culturali.

Il Covid 19 porta con sé la necessità di ripensare le città, i luoghi del vivere quotidiano e dello stare insieme, i luoghi e l’organizzazione del lavoro, della scuola, della cultura; richiede di ripensare i modi di gestione della casa comune, per vivere tutti meglio in salute e in armonia con l’ambiente.

Se qualcuno pensa che si possa ripartire come se nulla fosse stato (peraltro siamo ancora dentro a questo passaggio epocale), se qualcuno crede di poter continuare con i lavori in corso senza tener conto del terremoto che c’è stato, se qualcuno immagina che basterà garantire qualche infermiere in più sul territorio, ecco, quel qualcuno è proprio fuori strada.

Dino Zacchilli

Bisogna riflettere su come eravamo prima del Covid. Per anni abbiamo accettato la continua riduzione di posti letto con la conseguente chiusura di strutture e reparti. E’ ora di prendere decisamente atto che vivevamo tutti una sorta di sudditanza rispetto alla cultura neoliberista che ci spingeva a ridurre la spesa sanitaria, a considerare ormai la salute come un prodotto e quindi a ritenere necessaria una sanità privata, costruita sui fondi sanitari e sulle polizze assicurative.

Ora la pandemia ci ha tragicamente ricordato e reso palese a tutti che la sanità deve essere pubblica, gratuita ed universale, come peraltro detta la nostra Costituzione e come la legge istitutiva del servizio sanitario nazionale aveva sancito già negli anni settanta.

Quello che è successo invece negli ultimi decenni è andato nella direzione opposta e la Lombardia, meglio di altre regioni, ha rappresentato e rappresenta plasticamente la narrazione di questo modello neoliberista e privatistico, che ha trasformato la salute in una merce da scambiare con profitto.

Ma il modello lombardo, nonostante le riconosciute eccellenze, è risultato del tutto inadeguato di fronte alla pandemia, ha fallito sul campo, sul territorio, rispetto alle cure adeguate che avrebbe dovuto fornire alle popolazioni locali colpite da coronavirus, registrando un numero di decessi tra i più alti in Italia.

Il confinante Veneto, invece, governato da una coalizione politica simile, ha ottenuto, grazie al suo modello organizzativo dove il pubblico è dominante e ben presente su tutto il territorio, il migliore risultato nella cura della pandemia Covid.

Questo per dire che tutto dipende da scelte strategiche. La Lombardia ha privilegiato l’organizzazione sanitaria in grandi ospedali di eccellenza, privati e pubblici, a discapito della rete territoriale e della medicina di base.

E queste scelte strategiche, rivelatesi purtroppo dolorose, sono state scelte politiche, dovute all’approccio culturale dei governanti, con le inevitabili conseguenze che tutti abbiamo visto. Sì, un fatto culturale tutto a carico della politica e dei tecnici al suo servizio, che nella questione di specie si è dimostrato del tutto inadeguato perché quei provvedimenti e quei servizi che oggi si reclamano (più territorio meno ospedale) dovevano già essere attivi da tempo. (Claudio Maffei)

Inspiegabilmente nella Regione Marche, molto più vicina all’Emilia Romagna geograficamente e per orientamento politico, si è optato di fatto per il modello lombardo con il progetto di ospedali unici nei capoluoghi e conseguente desertificazione dei servizi sanitari sul territorio, con l’apertura alle cliniche private e, poi, ribadito platealmente, in piena pandemia, con l’invito all’ex commissario della Protezione Civile Guido Bertolaso a realizzare l’ospedale Covid alla fiera di Civitanova che ha confermato il flop clamoroso di quello realizzato alla fiera di  Milano.

Ma un altro elemento viene a sostegno della tesi del Sindaco Seri, cui diamo atto di aver sollevato il problema, ed è quello relativo alle mancate promesse dei governanti regionali, Mezzolani e Ceriscioli in primis, che in quindici anni non sono stati in grado di realizzare, a cominciare dal nuovo ospedale Pesaro-Fano.

Chi ha “tradito” gli impegni nei confronti degli Enti Locali della Provincia di Pesaro e Urbino e dei bisogni sanitari delle relative popolazioni sono stati quelli che in quindici anni hanno smantellato ciò che esisteva, ospedale di Fano e ospedali dell’entroterra compresi, senza dare quasi nulla in cambio.

Nelle Marche, nel corso degli anni sono state chiuse 25 strutture ospedaliere senza rafforzare i servizi territoriali. Quindi giudichiamo doveroso ritirarsi da un accordo dove uno dei contraenti risulta inadempiente.

Bene, anzi male, ma ora si ridiscute tutto.

Questo non vuol dire “allora riapriamo tutti i vecchi ospedali”, questo forse non è più possibile ma significa portare sul territorio, soprattutto nell’entroterra, reali servizi sanitari alternativi (comprese alcune attività ospedaliere) capaci di offrire le stesse garanzie per il diritto alla salute di ciascun cittadino, dovunque abiti.

Una sanità diffusa sul territorio e meno concentrata negli ospedali, come peraltro tutti gli esperti sostengono, è anche il miglior strumento per garantire il diritto alla salute e per affrontare eventuali future pandemie, come dimostrato anche dalla battaglia contro il Covid.

Pertanto se i modelli per salvaguardare meglio la salute dei cittadini sono quelli suaccennati va ribaltata completamente l’impostazione della programmazione ed organizzazione sanitaria pensata fino ad oggi con una sostanziale revisione del piano sanitario regionale che, per l’immediato, garantisca intanto:

  • Riqualificazione e potenziamento del Santa Croce di Fano, in reparti, posti letto e tecnologie. La pandemia ne ha evidenziato l’assoluta necessità: l’esigenza di dichiarare e organizzare il San Salvatore come ospedale Covid, senza il Santa Croce, avrebbe comportato il blocco di quasi tutte le attività, fino al punto di mettere a rischio perfino le nascite.
  • Riapertura del punto di primo intervento H24 a Fossombrone, Cagli e Sassocorvaro con ritorno alla gestione pubblica delle strutture di Cagli e Sassocorvaro;
  • Recupero dei posti letto nella provincia di Pesaro e Urbino, oggi al di sotto degli standard di legge ed inferiori anche alla media posti letto/mille abitanti delle altre province, favorendo anche i plessi di Urbino e Pergola, unica struttura pubblica per la riabilitazione intensiva rimasta nel territorio e assegnando posti letto di day surgery;
  • Garantire una rete di emergenza che copra tutto il territorio provinciale, a partire dall’entroterra, con mezzi di soccorso adeguati;
  • Apertura delle Case della salute già programmate dalla Regione in particolare quella di tipo A di Colli al Metauro.
  • Fare dei medici di base, lasciati soli durante la pandemia e perfino con scarsi dispositivi di protezione, il primo vero presidio sanitario sul territorio, riconsegnando loro il pieno esercizio della professione medica, oggi negata dalle troppe incombenze burocratico-amministrative.
  • Trasformare e innovare la rete di assistenza socio-sanitaria, a cominciare dalle RSA e simili tipologie di servizi che, come ha detto don Vinicio Albanesi, sono la “deportazione di chi è vecchio“ e “andrebbero smantellate” e sostituite con soluzioni “familiari” che consentano di mantenere la dignità della persona e “il diritto alla memoria della propria vita”.

Le risorse?

Intanto, ci chiediamo, se continuano le difficoltà e le incertezze sulle soluzioni, i 20 milioni destinati a migliorare la viabilità (quei soldi non sono sufficienti a risolvere il problema di una vera alternativa alla SS16 tra Fano e Pesaro – unico serio obiettivo da perseguire – e rischiano solo di spingere a soluzioni parziali e sbagliate), non potrebbero essere meglio impiegati per il Santa Croce e per le altre strutture sanitarie sul territorio?

Inoltre le aumentate risorse nazionali ed europee potranno essere intercettate per potenziare e stabilizzare la rete clinica alla luce della revisione del piano sanitario regionale, necessaria ed urgente, che il nuovo consiglio regionale che si insedierà a settembre dovrà porre come primo atto politico.

In vista di questo, e nella imminenza delle elezioni regionali, riteniamo anche che sia un obbligo morale sospendere, da parte della Regione e dell’Azienda Marche Nord, qualsiasi procedura che avvii la realizzazione del nuovo ospedale a Muraglia.

No, quindi, al nuovo ospedale a Muraglia, anche perché previsto, ed è grave, su area geologicamente instabile ed esondabile che richiede rilevanti maggiori costi di costruzione per il consolidamento del sedime e del versante. (Un privato sarebbe mai autorizzato a costruire così tanto in quel posto?)

No a qualsiasi tipo di project financing nella realizzazione di strutture sanitarie perché ha come conseguenza maggiori costi e la conseguente privatizzazione di molti servizi ospedalieri interni.

No alla clinica convenzionata di Fano e restituzione di tutti i posti convenzionabili agli ospedali pubblici. Il privato, se vuole, faccia pure la clinica ma la sanità privata deve essere integrativa e non sostitutiva della sanità pubblica, soprattutto in specialità ad alta remunerazione.

Alla luce della recente esperienza è quindi del tutto evidente che va abbandonata la scelta di concentrare l’attività clinica in grandi strutture uniche che, in nome delle possibili migliori prestazioni finisce per sottrarre al cittadino, come ampiamente documentato, le garanzie sanitarie di base.

Si prenda atto che la politica non ha saputo lavorare a quella graduale e sostanziale integrazione tra le due principali città costiere della nostra provincia e le rispettive comunità di cittadini che doveva essere il presupposto e non la conseguenza forzata per la realizzazione di un ospedale unico per le due città. Si prenda atto che non c’è consenso sociale.

Solo in un futuro, forse, ma non vicino e in un contesto meno problematico sul piano sociale ed economico, se si vorrà riprendere l’idea di una struttura unica tra San Salvatore e Santa Croce, tenuto conto di tutto, con onestà intellettuale, rispetto del buon senso, del territorio e dei sentimenti dei cittadini, l’unica ipotesi percorribile, per noi, è quella già a suo tempo prospettata, dell’area tra Carignano e Santa Maria dell’Arzilla, la valle della salute, che richiederebbe solo un bypass di viabilità per allacciare la struttura alla strada montelabbatese e offrire alla popolosa valle del Foglia, alle spalle di Pesaro, un servizio parimenti fruibile come per le due città della costa. E il bypass di viabilità potrebbe costare non molto di più di quanto costerebbero, ma noi ci auguriamo non si facciano mai, le opere di consolidamento del sito di Muraglia e contenimento dell’instabile versante sabbioso. Ostinarsi ciecamente sul cul-de-sac di Muraglia testimonia solo una grande cecità.

La soluzione “valle della salute” farebbe respirare, quella sì, le città, il territorio e i cittadini tutti e sarebbe una operazione finanziabile, con risorse pubbliche, nazionali ed europee. Anche la struttura edilizia progettabile sarebbe molto più bella, inserita in un ampio spazio verde e, soprattutto, più rispondente alle esigenze dell’organizzazione clinica interna rispetto ai prospettati “grattacieli” di Muraglia.

Ma questo non è discorso di oggi. Di domani, forse, chissà!

Oggi rimettiamo in sesto, bene e presto, quel molto che già avevamo. I cittadini non chiedono altro e ne hanno diritto. Chi presto chiederà il loro voto non potrà più eludere queste questioni.

altri articoli