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Terremoto, lo stato dell’anima

La testimonianza di Sonia Antognoli che da quindici anni vive e lavora nel Piceno: "Tre grandi scosse hanno cambiato tutto e tutti"

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Sonia Antognoli in un video di Repubblica TV la mattina della scossa a Castelsantangelo sul Nera

Le Marche siamo soliti dire sono una regione al plurale. Ed è in qualche modo plurale, diversa, la percezione del devastante terremoto che ha colpito parte del territorio marchigiano. Da quassù, dalle Marche del Nord, le zone terremotate sono stranamente “lontane” eppure a meno di duecento chilometri, nella stessa nostra Regione, si sta consumando un dramma pesantissimo. Abbiamo chiesto di raccontare quelle realtà a Sonia Antognoli, lucreziana che si è trasferita per motivi professionali ad Ascoli Piceno da anni e che, come dipendente della provincia prima e della regione ora, vive da vicino il dramma delle popolazioni marchigiane colpite dal sisma. L’auspicio, con queste testimonianza è di mantenere alta l’attenzione verso quei territorio che, in quanto marchigiani, sono anche nostri.

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Sonia Antognoli

Un evento che cambia le persone
«Non entro in merito alla ricostruzione partita o meno, alla burocrazia, no. Questo argomento lo lascio agli esperti da bar e ai veri esperti! Vorrei raccontare però dei nostri stati d’animo, di come il terremoto ha trasformato i nostri animi e le persone in un cambiamento che non avrà più ritorno e ci porteremo con noi per sempre. C’è chi esterna la rabbia contro il sistema, contro chi ha avuto di più o di meno, scatenando una guerra tra poveri. C’è chi si è buttato a capofitto sul lavoro, sulle attività ricreative, sul volontariato, pur di demonizzare quanto è accaduto.

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La torre campanaria di Gualdo di Castelsantangelo sul Nera (foto di Federico De Marco)

Il senso profondo della solidarietà
C’è tutta una umanità che è venuta in queste zone ad aiutare:  ritrovi un senso di pace quando alcuni componenti dell’esercito e ingegneri della zona dell’Irpinia ti dicono che hanno sentito il bisogno di venire a darci una mano perché ancora vivono il ricordo del loro terremoto. Loro lo hanno vissuto in modo devastante, come il nostro. Ti senti spiazzato anche quando il militare racconta la sua scelta di entrare nell’esercito dovuta proprio ai ricordi di bambino nel suo paese colpito dal sisma di allora: dopo due giorni di isolamento si è visto arrivare l’esercito a portare i viveri, buttati da un elicottero. In seguito a quell’episodio avvenuto quando aveva solo otto anni, ha deciso di entrare nell’esercito per aiutare il prossimo, così come è stato aiutato lui.

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Una immagine della devastazione provocata dal terremoto

La terra che “balla”
Una presenza sul campo, quella di Sonia prima a Castelsantangelo sul Nera e poi ad Arquata del Tronto. «La prima scossa – racconta Sonia – quella di agosto 2016, ha destabilizzato, ha traumatizzato la popolazione intera: per settimane riconoscevi coloro che erano di Arquata dai loro volti dalle espressioni bloccate e dai loro sguardi assenti. L’impatto emotivo era stato troppo forte, troppo scioccante perché in cinque minuti avevi perso tutto: casa, affetti, tutto. Poi, la terra ha continuato a “ballare”, ma la gente si era abituata. Il sindaco del paese dove mi avevano inviato a lavorare, per il sisma, mi diceva: «Non ti preoccupare, per altri sei mesi sarà così. Sono scosse di assestamento. Anche vent’anni fa è stato così!». Le scosse successive, quelle del 26 e 30 ottobre, hanno cambiato tutto. Hanno distrutto tutto, anche gli animi.

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Le strade dissestate dopo le scosse di terremoto

Un terremoto fisico e psicologico
Il risultato di tutte queste scosse? Effetti sulla salute: tante persone con pressione alta e un’elevata incidenza di problemi cardiaci. Sulle relazioni: ci si unisce, si fa gruppo tra chi ha subito la stessa sorte, chi ha perso tutto, le case, le persone care. Si cerca insieme di trovare la forza per rendere più sopportabile il dolore di chi deve ricominciare da zero e magari ha ancora un mutuo sulle spalle da pagare sulla casa che non c’è più. Legami forti che si sgretolano perché con uno shock così impattante reagisci in modo diverso, l’altro non comprende e inizia l’allontanamento anche dagli affetti. Devi scaricare l’adrenalina, diventi insofferente. E non sopporti più niente e nessuno. Dopo un anno, incontri gente e gli argomenti di saluto sono cambiati: «Dove vivi ora? Come va? Sai niente della casa? Ti fanno ripartire? Ma tizio dove sta ora? Ah è a Roma! E Caio? Sta ancora lì o ha preso la casetta?». E quando ci capita di viaggiare, quando entriamo in una casa diventa istintivo guardare le crepe o preoccuparci «Se viene una scossa questa casa reggerà?» anche se siamo a centinaia di chilometri lontani dalle nostre terre. Senti un rumore insolito e subito stai sul chi va là. Ancora oggi io, che non ho perso una casa perché non era mia, l’ho cambiata; io, che qualcuno mi definisce insensibile perché mi sono buttata a capofitto sul lavoro e non mi sono mai fermata, io che cerco di sdrammatizzare, che non mi sono fermata di fronte alla paura, non riesco a parlare ed esternare ciò che ho vissuto, perché mi viene un groppo al cuore e parlo di tutto, di casa, di ciò che vedo, che vivono e stanno vivendo gli altri. Ma io no. Non ce la faccio. Io devo scrivere, non posso parlare del terremoto, altrimenti le emozioni mi sovrastano.

Il senso di impotenza
Quando tornavo a Lucrezia e in autostrada incontravo le camionette dell’esercito e dei vigili del fuoco che ritornavano nelle loro sedi e mi veniva da piangere. Stavo tornando al mio paese e lasciavo uno stato d’assedio. Mi sentivo in colpa perché andavo verso un weekend di relax e lasciavo quelle terre martoriate. Ti senti impotente. L’impotenza di stare in una casa che tremava e la tua amica era a Pescara del Tronto. Lei stava bene, ma i suoi amici no, la sua casa distrutta. Non sai cosa fare non puoi andare ad aiutarli e lei ti chiama e ti aggiorna degli amici che non rispondevano al cellulare e non ce l’hanno fatta. Questo io ricordo di quella prima scossa: «Carla non risponde»  «Hai sentito Giulia?» «Giulia non ce l’ha fatta». «Mario prima parlava da sotto le macerie. Non parla più». «Passando, Antonio ha visto i piedi sotto una roccia, credo che siano le scarpe di Marco». Queste erano le frasi che ci scambiavamo. Questo è quello che si vive, questo è quello che non si sente dire ma si vive dentro. Tre grandi scosse hanno cambiato tutto e tutti. Con una, potevamo pensare di ricostruire l’anima piano piano ma tre hanno distrutto tutto, case e persone, e destabilizzato per sempre».

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