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Quando a Orciano c’era la Sograf

Il fascino dei caratteri mobili, le macchine da stampa, la tenacia e la laboriosità di Franco Petrolati e Francesco De Angelis.

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(da sinistra) Francesco De Angelis e Franco Petrolati

TERRE ROVERESCHE – C’era una volta…, è così che iniziano le belle storie, la tipografia, luogo di lavoro e di cultura, crocevia di belle notizie e di tristi memorie, areopago di informazioni.

Ad Orciano anni fa esisteva la tipografia “Sograf”, nata negli anni ‘60 dalla qualificata esperienza di due soci Francesco De Angelis e Franco Petrolati, due instancabili lavoratori che con pazienza e grande spirito di osservazione, creavano manifesti, volantini, brochure, giornali e ogni sorta di materiale stampabile.

In tipografia infatti arrivavano un po’ tutte le notizie, dagli annunci di nozze a quelli funebri, dai manifesti politici alle locandine di feste ed eventi laici e religiosi, già perché prima della nascita dei social e della grande rete, l’unico modo per avere informazioni in esclusiva, era fare un salto in tipografia e sbirciare tra le “composizioni” pronte per la stampa.

Abbiamo Chiesto a Franco Petrolati, uno dei due soci della Sograf, (Francesco è deceduto nel 2018) di raccontarci la sua esperienza in mezzo a macchinari, inchiostro e caratteri mobili in un’era ormai passata ma che ha segnato la storia di tutti noi

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La cassettiera con i caratteri mobili

Franco come è nata la tipografia Sograf di Orciano?

All’età di 14 anni sono entrato in una scuola di tipografia di San Leo, tre anni dopo ho iniziato a lavorare come dipendente presso una ditta tipografica di San Marino nel 1958.

Eravamo circa 7/8 persone tra cui il compaesano Francesco De Angelis. Sono rimasto lì alcuni anni, (poi il servizio militare) e ancora fino all’anno 1964, quando per motivi economici lasciai San Marino per la Brianza, in cerca di un po’ di fortuna.

Per un anno collaborai con una ditta metalmeccanica, ma presto stanco e deluso tornai ad Orciano trovando nella vicina Mondavio un piccolo laboratorio tipografico. L’anno dopo, con Francesco, anche lui stanco di vivere lontano da casa rilevammo la tipografia “Cavanna” fondando la società tipografica “Sograf”.

L’immediato trasferimento in Orciano, nel locale di via Montepalazzino, in comodato, ci permise presto di migliorare l’attrezzatura, allora davvero minima! Con il tempo e il crescere delle necessità anche famigliari, sia pure nelle modeste possibilità, cominciammo a migliorare l’attrezzatura e a lavorare con buoni risultati. Appoggiati dagli enti locali, e dal fatto di non avere molta concorrenza per anni abbiamo lavorato utilizzando mezzi ancora manuali ”stile Gutenberg” si direbbe, acquistando macchine tipografiche che, seppur datate come tecnologia, risultavano in buone condizioni ottenemmo belle soddisfazioni.

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La macchina da stampa Heidelberg

La tipografia era un luogo interessante soprattutto per i più giovani e per le scuole, come vi siete fatti conoscere?

Il caratteristico sistema di stampa ci fece notare dagli istituti scolastici locali interessati a far conoscere come in effetti in tempi ormai lontani la stampa a caratteri mobili aprì le porte alla cultura di massa, al progresso, e soprattutto alla disponibilità di materiali didattici di largo uso a costi accessibili.

Ricordo di alcune lezioni da me tenute presso le scuole di Orciano, Mondavio, San Lorenzo, Montemaggiore e Serrungarina dove ero chiamato ad illustrare il metodo della stampa tipografica trovando molto interesse presso i giovani alunni, tanto che alcuni mi definirono Maestro.

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La tagliacarte

Avete vissuto il passaggio dal totalmente manuale all’era dei computer come è avvenuta questa transazione?

Col passare del tempo le cose cambiavano, con sempre maggiore velocità, ed anche la Sograf doveva aggiornarsi.  Poi quasi all’improvviso irruppe il computer, tutto cambiò, il tipografico andò in pensione per passare alla tecnica litografica.

Stampanti digitali, scanner, copia –incolla, Mac o Windows erano in rapida evoluzione alla quale dovevamo adeguarci e non è stato facile.

Nuove attrezzature, seppur modeste entrarono nel laboratorio e in qualche modo ci fu un miglioramento finché lo stesso sistema digitale inizialmente utile si rivoltò contro attraverso la concorrenza di tanti giovani grafici che finirono per togliere alle piccola attività di stampa il lavoro di base per la sopravvivenza.

Gli anni passarono e di fronte al rischio di perdere tutto e l’impossibilità di fare grossi investimenti arrivò il tempo della pensione e si chiuse baracca – nessun rimpianto. Piccoli siamo nati, cresciuti, rimasti ma non falliti!

La famiglia nel frattempo cresciuta, i figli la scuola poi il lavoro,  nessuno di loro ritenne, forse giustamente, di interessarsi all’attività paterna preferendo altre strade per ottenere migliori e giuste soddisfazioni.

La lunga amicizia e collaborazione con Francesco, ora purtroppo finita con la sua scomparsa è un ricordo, un po’ nascosto di una vita praticamente passata insieme nella semplicità e nell’accordo di persone comunque umili ma sempre nella correttezza e onesta personale

Anche Giacomo, figlio maggiore di Franco ha voluto ripercorrere questo pezzo di storia con questo suo pensiero.

“La tipografia…io mi ricordo, di quel camice blu scuro, come quelli degli insegnanti di una volta, di quelle letterine di legno e di piombo, divise nei cassetti di quegli armadi di parole, dei barattoli di vernice colorata come se fossero i gusti di una fornitissima gelateria, dei clienti, dei conoscenti, degli amici che frequentavo quel posto, e lì  trascorrevano il loro tempo libero come se fosse un bar, mi ricordo i macchinari, che a ritmo cadenzato, a volte lento, altre più veloce realizzavano i lavori.

Quel posto, per me che ero bambino non era solo la sede del lavoro di mio padre, era la mia “fabbrica di cioccolato”, come quella di Willy Wonka, ma i cioccolatini che si producevano non si mangiavano, li ritrovavo attaccati ai muri e vedendoli mi dicevo orgoglioso: ‘Questo lo ha fatto mio padre!’

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