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Ferrovia Fano-Urbino, una storia sospesa e la voglia di crederci ancora

fano urbino ferroviaDA GIULIANOVA A FAENZA, DALL’ABRUZZO ALLA ROMAGNA, SEI FERROVIE LOCALI FUNZIONANO REGOLARMENTE. E, A QUANTO PARE, GODONO BUONA SALUTE.
SOLO LA TRATTA FANO – URBINO, SOPPRESSA NEL 1987, NON E’ STATA PIU’ RIATTIVATA. NONOSTANTE LE NECESSITA’ E I DESIDERI DEI CITTADINI RESIDENTI NELLE VARIE LOCALITA’ DELLA VALLE. MA E’ GIUNTO, DA PARTE DELLA POLITICA, IL MOMENTO DELLA VERITA’.

SEMBRA una storia sospesa. Cioè, una storia che non vuole sapere di farsi seppellire e con un presente non del tutto chiaro, comprensibile. Eppure questa storia è come se fosse radicata nella terra e incisa nella pietra. Cioè, eterna. Oltretutto evoca un periodo straordinario della gente che si batteva per migliorare le proprie condizioni sociali. E il benessere si diffondeva anche nelle masse meno abbienti.

Il TORMENTONE
COME quello, per esempio, della Ferrovia Metaurense. Un tormentone? Forse. Ma è bene parlarne. E poi riparlarne. Ancora. Perché, nell’area della costa adriatica (e dintorni) lunga circa 330 chilometri, è l’unica scomparsa, soppressa, mai più riattivata. Nonostante le promesse, gli impegni, i progetti. Ma quello che le parole non dicono, oppure negano, lo raccontano gli occhi. Quegli occhi che si posano sulle altre tratte ferroviarie locali. Da Giulianova, Abruzzo, a Faenza, Romagna, la Fano-Urbino è l’unica tratta alla quale, nel 1987, è stata tolta la vita. Un delitto perfetto. Voluto dai cosiddetti “padroni del vapore”. Alias: politici e politica dell’epoca.

SEI TRATTE
VICEVERSA sono vitali le altre tratte. In tutto sei. Parliamo della Giulianova – Teramo, aperta nel 1884, di 25 chilometri. Dell’ Ascoli Piceno – San Benedetto del Tronto (1886 – 32,58 chilometri). Della Civitanova Marche – Macerata – Fabriano (1884 – 94,85 chilometri). Della Faenza – Lugo – Ravenna (1921 – 35 chilometri). Della Faenza-Lugo-Lavezzola, frazione di Conselice (Ra), (1921 – 30 chilometri). E, soprattutto della Faenza-Firenze (1885 – 77 chilometri). Ce ne sarebbe un’altra, la settima. Usiamo il condizionale giacché la Pergola-Fabriano, superstite nel 1987 della Urbino-Fabriano (ex subappennica), dal novembre 2013 è soppressa a causa di uno smottamento del terreno, al chilometro 22, nei pressi di Monterosso Marche. Come dire: sulle strade ferrate della Provincia di Pesaro-Urbino non splende più il sole.

FANO E FAENZA
FAENZA, città con molte identità eguali a Fano (numero di abitanti, oltre 60 mila; seconde nelle rispettive province, Ravenna e Pesaro–Urbino; entrambe collocate nella linea ferroviaria  Bologna–Ancona), gestisce tre tratte, a scartamento ridotto, di proprietà statale. La più importante, ovviamente, è quella che attraverso la valle del Lamone e le salite del Mugello termina la sua corsa nella Stazione di Santa Maria Novella, ossia nel cuore pulsante del capoluogo toscano. Fano, invece, nulla di nulla. E Urbino, impotente, si limita a fare la bella statuina.

AUTOSTRADE E SUPERSTRADE
NON si dica, per favore, che nei 50 chilometri che separano Fano da Urbino esiste un perfetto, collaudato, insostituibile traffico stradale e super stradale tramite gomma. Perché tra Giulianova e Teramo non esiste un’autostrada? Tra Ascoli Piceno e San Benedetto del Tronto non esiste la superstrada costruita da Costantino Rozzi, mitico presidente dell’Ascoli calcio? Tra Civitanova Marche, Macerata e Fabriano  non esistono super strade e altre strade importanti? Per non parlare, poi, della Romagna. Dove i mezzi di comunicazione stradale sono più che ampi e sufficienti. Se mai, un po’ meno da Faenza a Firenze: ma la provinciale 302 è tranquillamente percorribile.

RADICI TAGLIATE
QUI è  un avverbio di luogo. E non solo. Mentre lo si pronuncia, si muove un dito, una parte del corpo, per indicare appunto il luogo, da Fano a Urbino. Qui sembra che le radici ferroviarie siano tagliate. Anche se da alcune parti, per esempio a Fermignano, sono ben visibili. Ma l’abbandono, in senso generale, è purtroppo visibile. Non vorremmo che, con un colpo netto, venga cancellata pure la memoria di chi ha vissuto, in qualche modo, i tempi felici della Metaurense. Perché se la storia (o le tante storie) muore dopo una lunga sofferenza, le persone smettono di ricordare. E, a quel punto, a chi volete che importi più qualcosa della Fano–Urbino? Sarebbe la fine. Di tutto. Del sogno collettivo, che definisce il senso della comunità valliva. Di una speranza, malgrado il pessimismo, vissuta comunque 31 anni.

ORA o mai più. La verità, per favore, sulla Fano–Urbino: è giunto il momento di dirla. Se no sulla voglia di crederci scende la notte. Con dei colpi di teatro degni di Shakespeare.

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