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Storie al tempo del Coronavirus, la pandemia secondo Marco

Marco Manoni cura la rubrica "Le storie di Marco". Con la sua memoria di ferro ci riporta a rivivere un tempo che fu e che rievoca con tanta nostalgia.

marco manoni coronavirus
Marco Manoni

LUCREZIA – “Siamo a febbraio quando stampa e televisione informano che in Cina è scoppiata un’epidemia influenzale dalle caratteristiche molto pesanti, specie per i più anziani, infatti in tanti stanno perdendo la vita.

Ma noi pensiamo che sia una vicenda da terzo mondo e voliamo alto. Ci rendiamo conto, verso la fine di febbraio, quando arriva, prima nel nord Italia, poi anche nella nostra provincia.

Ma nonostante tutto, continuiamo ad assistere partite di calcio, pallavolo e quant’altro.

Purtroppo in poco tempo si infetta tutta Italia, l’Europa e quasi tutto il mondo per cui si parla di pandemia.

Inizia una specie di inferno, gli ospedali sono al collasso, tanta gente muore sola e disperata, senza conforto dei famigliari, sulle strade transitano tanti carri funebri, accatastando le bare nei cimiteri.

Ha inizio un tempo di passione, siamo in prossimità della Pasqua, che ci ricorda la passione e morte di Gesù.

Intanto è arrivata la primavera con tante giornate di sole, i prati pieni di margherite in fiore, stormi di farfalle volteggiano felici, ci mostra l’essenza della natura ma quanta tristezza e quanta paura.

La nostra generazione è vissuta con valori che esaltano la ricchezza in cui vale unicamente l’apparire, ma la pandemia ci fa tornare con i piedi in terra, cambiare e ripensare il nostro stile di vita.

La mente mi torna ai tempi della fanciullezza quando i valori erano l’essenza del Vangelo che esalta la carità, l’amore, il perdono e la condivisione.

Ricordo nonna Caterina, con la sua coroncina sempre in tasca, finito il rosario, ci diceva: “Quando Gesù bussa alla tua porta apri, perché potrebbe non ripassare più!”.

Ricordo il 1946, era da poco passato il fronte di guerra sul nostro territorio: case, scuole, chiese, ponti, tutto era stato demolito dalle mine tedesche.

Io e mia sorella Leda frequentavamo la terza elementare in una stanzetta presa in affitto lungo la via Flaminia. La nostra insegnante si chiamava Maria Ruggeri Dubbini e veniva dalla città di Fano e ci fece imparare a memoria una dolce poesia.

Non ricordo né l’autore né il titolo ma parlava di un vicolo di una grande città dove c’era povertà e si facevano tanti sacrifici.

“Eppure c’era in quello squallore, in quell’uggia greve ed amara,
un barlume di cielo in fiore, una gioia chiara,
c’erano tante rose affacciate alle finestre
che ridevano come rose preparate per la festa.
Poi dopo non c’era più nulla, ma di maggio nella via poveretta,
basta un bimbo, un fiore, una culla per formare la gioia perfetta”.

Credo che in tutti i periodi difficili, in fondo al tunnel ci sia sempre un barlume di cielo in fiore e non mancheranno mai un bimbo, un fiore, una culla.
Quindi forza che più avanti vivremo davvero un mondo migliore!

Chiudo con un aforisma di un pensatore vissuto tanto tempo fa che dice: “Più vuoi lanciare lontano il sasso, più sei costretto a portare il braccio all’indietro”.

Marco Manoni

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