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I 100 anni di Elpidio Calcagnini, reduce della seconda guerra mondiale

Ha combatutto come soldato nei territori tra Grecia e Albania, dal 1941 al 1943, prima di essere fatto prigioniero. Nell'Italia democratica è stato sindaco di Piagge dal 1952 al 1956.

Elpidio calcagnini cento anni

PIAGGE – Elpidio calcagnini, classe 1920, compie oggi 10 novembre 2020 la bella età di cento anni! Elpidio è stato testimone diretto degli eventi bellici dai quali è nata la nostra Repubblica democratica. Gli abbiamo chiesto di raccontarci la sua storia.

«Fui chiamato alle armi il 18 marzo 1940 – racconta Elpidio – Non avevo nemmeno vent’anni quando partii per la Sicilia: destinazione Palermo. Così divenni un soldato del “54° reggimento di artiglieria Palermo”. Qui fummo addestrati per combattere la guerra. Poi ci portarono a Bari e ci imbarcarono con gli Alpini per la penisola balcanica. 

«SPEZZEREMO LE RENI ALLA GRECIA»
È la famosa frase pronunciata da Mussolini quando il 28 ottobre 1940 ha invaso la penisola ellenica. Ma finisce male. L’esercito greco, rinforzato da truppe inglesi, arretra gli italiani fino all’Albania. Elpidio era fra quelli: «Il mio compito era quello di caricare il cannone e far partire il colpo. Occorreva stare attenti perchè il cannone aveva un “rinculo” di circa sessanta centimetri. Ogni notte stendevamo i fili del telefono in modo che dall’osservatorio il mio capitano Antonino Biondo mi desse, ogni volta, le istruzione esatte su dove puntare.

elpidio calcagnini amalia scarpetti matrimonio
Elpidio con Amalia Scarpetti nel giorno del loro matrimonio. Dal loro amore è nata Maria Giuseppina, che vive in Belgio e oggi è una insegnante in pensione.

LA MALARIA E IL MATRIMONIO
Abbiamo attraversato a piedi il territorio dai confini albanesi fino a Patrasso, in Grecia. Qui c’erano delle paludi malsane e mi sono ammalato di malaria. A Corinto era stato requisito un intero albergo usato come sanatorio. Fu in quel periodo che scrissi alla mia fidanzata Amalia Scarpetti chiedendole di sposarmi. Così, dopo tre anni, ottenni una licenza di un mese per il matrimonio e Amalia divenne mia moglie. 

IL RITORNO IN GRECIA E LA PRIGIONIA
Dopo l’8 settembre 1943 le cose precipitarono. Elpidio ricorda quei giorni con sofferenza: «Ero con un mio collega di Foligno, si chiamava Alessandro Lai ed entrambi eravamo magazzinieri. Una sera arrivarono i tedeschi e ci fecero prigionieri. Nel magazzino  avevamo una decina di pistole Beretta. Per non farle finire nelle loro mani le nascosi in una botte piena di grasso lubrificante. Poi un viaggio di cinque giorni in treno per arrivare a Metz. Eravamo circa 150. I primi tre mesi ci hanno tenuti dentro le fortificazioni della linea Maginot di cui ricordo le alte pareti in cemento armato. Ci davano poco cibo e mangiavamo quasi sempre le bucce delle patate. 

PRIGIONIERO FALEGNAME IN GERMANIA
Un giorno, durante l’appello, chiesero chi sapeva fare dei mestieri. Cercavano soprattutto agricoltori e muratori che sostituissero i tedeschi arruolati in guerra. Io dissi che ero un falegname. Così mi traferirono nella città Mannheim e mi consegnarono ad una guardia austriaca. Di giorno lavoravo alla Gaswerk, l’azienda del gas in cui quasi tutte le notti, a causa dei bombardamenti, si rompevano i vetri. Tutto il giorno montavo vetri. E questo durò per tre mesi.

PRIGIONIERI CANTANTI 
I tedeschi volevano dare l’impressione ai civili che trattavano bene i prigionieri. C’era un teatro che avevano fatto ripulire. Chiamarono chi voleva cantare. Io mi feci avannti e dissi subito “si”. Ho cantato La montagnola. Alcune sere ci facevano recitare. La platea era sempre piena. Una volta però l’abbiamo fatta grossa: su proposta di un prigioniero abbiamo cantato una canzoncina che recitava: “Se non sarà domani, sarà dopodomani, arriveranno gli angloamericani”. I tedeschi, non capendo la lingua, ci ascoltavano e ridevano divertiti. Ma la mattina successiva l’interprete ci intimò di non fare più  una cosa del genere altrimenti ci avrebbero uccisi tutti. 

LA FAME E IL PANE 
Avevamo sempre fame e il cibo era scarso: ci davano una pagnotta di pane ogni otto prigionieri e chi divideva prendeva per ultimo il suo pezzo. L’austriaco che faceva la guardia mi dava spesso un buono del pane che gli portava la moglie la domenica quando veniva a fargli visita. Così, quando in fila passavamo davanti ad un forno, mi allontanavo di nascosto dalla colonna, infilavo il buono tra la gente in fila e il panettiere mi passava una pagnotta di pane che nascondevo dentro i miei pantaloni alla zuava. 

«LOS LOS!»
Ci spostavano da un luogo all’altro sempre in fila con soldati tedeschi all’inizio e alla fine, per controllarci. Un sera due russi, stanchi e avviliti, si fermarono e si buttarono a terra dalla stanchezza. Noi continummo a camminare, mentre i tedeschi gridavano loro «Los, los!» (Forza, forza!). Poi sentimmo due colpi sordi di pistola. 

I CACCIA, I BENGALA, LE BOMBE
Poco lontano da dove ci trovavamo c’era un rifugio sotterraneo dove ci facevano nascondere quando c’erano i bombardamenti. Arrivavano prima i Caccia che lanciavano i bengala per illuminare l’area. Poi arrivavano i quadrimotori e si vedevano scendere le scie delle bombe. Una sera ci dissero che il rifugio era pieno: «Keine Platz!», niente posto per noi. Così ci nascondemmo in un rifugio di fortuna e, più tardi, scoprimmo che avevano bombardato proprio il rifugio in cui non avevamo trovato posto: c’erano più di 50 morti. Siamo stati fortunati: ci siamo abbracciati e abbiamo pianto. 

A Mannheim ci portarono in una linea ferroviaria abbandonata. Mi fecero costruire i letti in legno per i prigionieri sui vagoni del treno e lì dormivamo. Anche in quell’occasione siamo stati bombardati ci salvammo perchè fuggimmo nel bosco. Ricordo che c’era anche un padre con tre figli che proveniva dalla Toscana. A uno di loro una pallottola ferì un piede. Ci dicevano che i feriti sarebbero andati in ospedale. Ma noi sapevamo che la destinazione era il campo di concentramento di Buchenwald. Non abbiamo più visto quel ragazzo!

FINALMENTE LA LIBERAZIONE
Che la guerra fosse finita lo abbiamo scoperto perchè i tedeschi durante una marcia ci abbandonarono in mezzo alla strada e fuggirono in bicicletta. Poi abbiamo saputo che a Pfullendorf c’erano già gli americani. Siamo rimasti lì in strada per ore mentre i civili tedeschi ci guardavano curiosi dalle finestre.
Bussammo nelle case. Le risposte non erano cordiali. Solo una donna ci indicò l’abitazione del sindaco che per la notte ci fece dormire in un fienile e ci procurò mezzo secchio di patate lesse per la cena. Da quel settembre del 1943 in cui fui fatto prigioniero, tutto ebbe fine solo due anni dopo, nell’agosto del 1945. Ci portarono prima a Como. Poi a Bologna sotto delle tende, nella stazione dove ricordo il caldo infernale. Con me c’erano anche dei compaesani.

Dopo una settimana, visto che non si decidevano mai a farci rientrare nelle nostre case ho proposto ai miei due amici di prendere autonomamente il primo treno per Ancona. All’inizio erano titubanti ma poi accettarono. Ci siamo nascosti dentro il primo vagone del convoglio per Ancona e siamo scesi a Fano. Poi, a piedi, abbiamo raggiunto il Metauro e da lì siamo saliti sulle colline, verso i nostri paesi per la strada delle Caminate. Loro erano di Cerasa: uno lo salutammo nella zona del Rosario e l’altro lo salutai vicino alle mura. Poi, da solo, mi diressi verso casa. La preoccupazione era se le case dei miei genitori e la mia fossero ancora in piedi. Quando le vidi feci un sospiro di sollievo e di lì a poco mi venne incontro mio padre che mi diede un forte abbraccio che non dimenticherò mai. Era il 15 agosto 1945.

ELPIDIO SINDACO DEL COMUNE DI PIAGGE NELL’ITALIA REPUBBLICANA
Tornato in Italia c’era una gran miseria. Gli amici e i parenti mi spinsero ad impegnarmi in politica. Sono stato eletto secondo sindaco di Piagge, carica che ho ricoperto dal 1952 al 1956. Mi sono presentato come socialista e sono stato votato dal 93 percento degli elettori. Promisi che avrei portato l’acqua e l’elettricità nelle campagne. E così fu. Andai anche a Roma a spiegare che non si poteva più vivere senza bagno in casa! 

NELLE MINIERE DEL BELGIO
Nel 1956 è iniziata una nuova fase della mia vita: sono emigrato in Belgio ed ho lavorato prima 14 anni in miniera nella zona di Liegi. Ho anche frequentato un corso che mi ha permesso di avanzare nella mia professione: lavoravo di notte e la mattina andavo a scuola. Dopo il diploma ottenni un posto da responsabile, avevo 18 persone da coordinare. “Tiravo” la dinamite per aprire le gallerie della miniera per l’estrazione del carbone. Guadagnavo tre volte di più rispetto a prima e, se tutti i lavori venivano fatti in tempo, c’era un premio produzione ogni settimana. Mia moglie Amalia mi raggiunse dall’Italia negli anni riuscimmo a costruirci anche la casa. Dopo il periodo della miniera seguirono altri tredici anni alla Prayon, un’industria chimica che produceva concimi granulati. 

elpidio calcagnini falegname

OGGI SEMPRE FALEGNAME
Ora Elpidio vive solo nella sua casa di Piagge, sua moglie Amalia è morta nel 1998 ed oggi lui passa la sua giornata tra la sua casa, l’orto e il laboratorio di falegnameria.

VITA SANA E TANTO MIELE
Elpidio è sempre in movimento. Mangia, sei/sette uova delle sue galline ogni settimana perchè, ci dice, sono un antibiotico naturale. Inoltre il suo dolcificante è il miele. Ne mangia circa tre barattoli al mese. «Noi siamo stati sfortunati mia madre è morta a quarant’anni di appendicite. Eravamo tre fratelli maschi. Poi mio padre si è risposato e sono nati altri tre fratelli. Oggi siamo rimasti solo in due. Mio fratello Sergio abita in svizzera e ogni tanto lo sento al telefono».

Elpidio ci mostra orgoglioso la medaglia d’onore per gli anni di prigionia che gli è stata consegnata nel gennaio 2017.

I ricordi si susseguono numerosi ma è giunto il tempo dei saluti. Ed Elpidio lo fa alla sua maniera lasciandoci in eredità due sue massime: “Meglio Elpidio senza i sold che i sold senza Elpidio!” …”Meglio a casa con una gamba che al cimitero con due!

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