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Dorando Guidi, la storia di una vita

Il ricordo di Dorando Guidi a due anni dalla sua scomparsa. L'articolo è stato pubblicato nel numero 216 del Giornale del Metauro di maggio 2019.

dorando_guidiLUCREZIA – Il 25 aprile di due anni, fa dopo un periodo di malattia, ci ha lasciati Dorando Guidi, sicuramente uno dei “personaggi” della Lucrezia storica.

È stato uno dei fondatori del coro parrocchiale, dove ha continuato a cantare per 36 anni. Ed è stato proprio il coro ad accompagnare la messa del suo funerale.

Toccante l’Ave Maria di Schubert eseguita con organo e sax che il Maestro Stefano Venturi gli ha dedicato al termine della messa.

Dorando, oltre all’affetto dimostrato nei nostri confronti, in una delle sue tante visite alla nostra redazione, con orgoglio ci aveva consegnato un suo diario manoscritto.

Lo vogliamo per questo ricordare con la pubblicazione di alcuni brani che abbiamo scelto e che ripercorrono alcune tappe salienti della sua vita.  Questo articolo è apparso nel numero 216 del Giornale del Metauro di maggio 2019.

LUCREZIA – «Tutto ebbe inizio nelle prime ore di un lontano e freddo 23 marzo 1944, quando mia madre mi mise al mondo. Mia mamma si chiamava Elia Amadori, era la seconda di cinque figli e veniva dal Beato Sante.

Mio babbo si chiamava Guerrino Guidi, era il secondo di sette fratelli. I miei zii si chiamavano: Oddo (Nini il più grande), poi c’era Savino, Celeste, Olinto, Norma e Lindoro, abitavano tutti a Lucrezia. Sono nato nella casa vicino al semaforo in via Flaminia che fa angolo con Circonvallazione Kennedy, dove una volta c’era il meccanico. La casa è stata demolita è al suo posto è stato costruito un nuovo palazzo, nelle sue fondamenta sono state trovate delle tombe di epoca pre-romana. La notte che sono nato c’era la neve. Mio padre era andato a prendere la levatrice che abitava a Cartoceto con la bicicletta ma quando sono arrivati io era nato.

LA GUERRA

Allora i miei genitori gestivano un locale chiamato “Dopo-lavoro”, era un circolo, una specie di bar come le Acli; essendo nel 1944, anno di guerra, a Lucrezia c’erano i soldati tedeschi e molti di loro frequentavano il locale.

Quando bevevano troppo a volte diventavano cattivi. Mia madre mi raccontò di quella volta che fuggirono sotto un bombardamento per andare in un rifugio scavato sotto terra e che lei per la fretta prese me, di pochi mesi, dal letto dove dormivo con tutte le coperte e mentre correva per mettersi al riparo si accorse che io ero scivolato in mezzo alle coperte e le sbattevo sui piedi.

Rischiò così di perdermi per strada. La guerra deve essere stata orribile perché mio padre dopo tanti anni faceva ancora dei sogni bruttissimi e si svegliava sempre urlando, pieno di paura. [Lucrezia fu bombardata e le famiglie furono sfollate].

IL DOPOGUERRA

Dopo la guerra, il paese cominciò a rivivere, un po’ alla volta cominciarono a ricostruire le case; a noi ci assegnarono una delle case popolari, quelle vicino all’attuale scuola elementare. Uno dei miei primi ricordi è quando aiutavo mio padre a portare via i calcinacci da dentro casa con la paletta del camino (per me era un gioco) per poterci andare ad abitare abbiamo dovuto pulire noi.

La corrente elettrica arrivava fino al contatore sopra la porta, il primo impianto l’ha fatto mio padre. Mio fratello Daniele è nato in quella casa. […] Un anno a babbo era venuta la bella idea di comprare una capretta, io dovevo portarla al guinzaglio a pascolare lungo le strade o nei campi ma io per la fretta di andare a giocare non mi fermavo mai, così la povera bestiola non riusciva a mangiare e babbo per non vederla morire di fame poco dopo la vendette.

[…] Nel frattempo la chiesa di Lucrezia è stata ricostruita e fu inaugurata nel 1950. Ricordo che quel giorno durante la messa ero appoggiato con la schiena alla parete di fianco all’altare e con il pavimento di marmo nuovo lucidato a cera mi sono scivolati i piedi in avanti e ho dato una sbattuta di sedere per terra di fronte a tutta la gente e dalla vergogna sono diventato tutto rosso, avrei voluto sprofondare. […]

Un anno sono andato con don Ettore a portare l’acquasanta per Pasqua, io portavo il canestro per le uova perché allora molta gente regalava al prete le uova e molti avevano anche l’abitudine di dare un bicchierino di liquore e ogni tanto ne bevetti un po’ anche io, un goccio qua un altro là. La sera ero tornato a casa stanco morto per tutta la strada fatta ma ero anche allegro come una Pasqua per tutti i “gocci” che avevo bevuto.

dorando guidi a bordo della cristoforo colombo
Dorando Guidi a bordo della nave transoceanica Cristoforo Colombo
VERSO L’AMERICA

Viene il tempo dell’asilo e della scuola ma i tempi continuano ad essere difficili... Mia madre che era nata negli Stati Uniti aveva la cittadinanza americana, era tornata in Italia a due anni. Là c’erano dei cugini e fece richiesta di tornare negli USA. Mia madre dovette partire per prima da sola e poi chiedere il ricongiungimento familiare lasciando me di 9 anni e mio fratello di sei con mio padre.

Ricordo il giorno che partì con lei c’era anche la Bruna, la mamma di Elio e Socrate Zagalia: tutto il paese era venuto a salutarle, il viale della stazione era pieno di gente, la nostra mamma ci lasciava senza sapere quando ci saremmo riabbracciati di nuovo, è stata una cosa straziante. Nei lunghi mesi di attesa prima di partire la zia Angelina ci fece da mamma.

Passavano i mesi e mamma ci mandava dei pacchi con tanti dolci, cioccolato chewing gum e tantissime cose che noi non avevamo mai avuto. Poi finalmente arrivò anche per noi il momento di partire. Eravamo felici perché andavamo da mamma ma io ero anche un po’ triste perché lasciavo il mio mondo, tutti i miei amici e parenti, la mia maestra, la mia scuola, il mio paese, il mio mondo.

Anche per noi la gente del paese si radunò alla stazione per salutarci ancora una volta è stata una scena molto commovente. Con noi partì Quinto Zagalia, il marito della Bruna, che era partita insieme a mia madre.

Fino a Genova, dove ci siamo imbarcati, ci accompagnò zio Nini: arrivati a Genova, passando davanti ad un bar vide la televisione per la prima volta, svelto svelto ci accompagnò in albergo per tornare in quel bar perché era curioso di vedere la tele, ma essendo le prime prove di trasmissione, la prova era già finita e la tele era già spenta.

Tornò in albergo un po’ deluso ma tornato a casa, qualche tempo dopo aprì il Circolo Acli a Lucrezia e fu il primo ad avere un televisore nel bar e la gente la sera l’andava a vedere come se andasse al cinema, si pagavano 20 lire e dava una caramella. Ci siamo imbarcati sulla nave Andrea Doria era una nave enorme, bellissima e modernissima.

Abbiamo preso un uragano con venti fortissimi ed onde alte come montagne, non siamo più usciti dalla nostra cabina e per tutto il viaggio non ho mangiato e ho vomitato sempre per il mal di mare. Daniele non stava tanto male e per tutto il viaggio ci ha storditi suonando una piccola fisarmonica rossa che babbo aveva comprato prima di partire.

Dopo tanti giorni di mal di mare siamo arrivati a New York, con 24 ore di ritardo. Dopo un paio d’ore siamo scesi a terra, sul molo c’era mamma che ci stava aspettando. Quando l’abbiamo vista siamo corsi incontro e ci siamo abbracciati tutti e quattro in un lungo abbraccio e l’abbiamo coperta di baci.

I nostri occhi erano pieni di lacrime però questa volta erano lacrime di felicità, dopo tanti mesi eravamo finalmente di nuovo insieme. Mamma era diventata più magra perché piangeva sempre, mangiava poco ed aveva cominciato a lavorare in fabbrica. Con lei c’era lo zio Marino e la zia Mary, cugina di mamma, erano venuti a prenderci con l’auto. La nostra nuova destinazione era la cittadina di Derby nel Connecticut.

La sera del nostro arrivo siamo andati a casa nostra, un appartamento che la mamma aveva preso in affitto dai nostri parenti e che ha arredato per il nostro arrivo.

I SEI ANNI IN AMERICA

Così la notte del 21 marzo 1954 abbiamo dormito per la prima volta nella nostra casa di Hawkins Street, 60.

Dopo alcuni mesi la famiglia si trasferisce al numero 62. […] In quel primo anno vissuto in America c’è stato un grande cambiamento, per me e per Daniele era tutto nuovo, scuola diversa, storia diversa, un’altra lingua, usanze diverse: c’è stato il nostro primo Halloween, il primo Thanksgiving Day (Giorno del Ringraziamento), il nostro primo Natale con un grande albero con tante luci e decorazioni, sotto l’albero c’erano tanti regali con tanti giochi che noi non avevamo mai immaginato potessero esistere, che bel Natale!

Noi eravamo piccoli, ci siamo integrati e ci siamo sentiti subito a casa nostra, così non è stato per i miei genitori. Mio padre pensava solo di tornare in Italia il più presto possibile e non ha imparato una sola parola d’inglese; neanche mia madre ha imparato a parlare ma capiva ogni cosa e quando io e Daniele, per non farci capire parlavamo Inglese, se c’era lei nelle vicinanze dovevamo stare molto attenti a quello che dicevamo.

Dopo pochi mesi, noi eravamo come gli altri ragazzi e chi non ci conosceva non immaginava che noi eravamo arrivati dall’Italia da poco. Nel ’58 ho finito l’ottavo anno di scuola elementare, l’anno dopo sono andato alla High School, facevo parte della banda dove suonavo la tromba e poi il bombardino.

Oltre ad andare a scuola ho anche lavorato: avrei preferito far parte della squadra di football ma le partite si giocavano di sabato e io al sabato portavo la varechina nelle case dei clienti con un uomo di origine italiana, Anthony Pauppini, che noi chiamavamo Babe.

Durante la settimana, dopo la scuola, lavavo le bottiglie ed attaccavo le etichette e le riempievamo di varechina che faceva Babe così erano pronte per le consegne del sabato. Oltre a questo lavoro, io e Daniele, distribuivamo il giornale della sera “The Evening Sentinell”, avevamo 82 giornali da portare tutte le sere nelle case e il venerdì dovevamo riscuotere.

[…] Così tra scuola, lavoro, giochi con gli amici, la morosa, sono passati sei anni. Il mio 16esimo compleanno l’ho festeggiato al club marchigiano di Derby: è stata una bella festa con balli, regali e tante cose da mangiare. È stato il mio ultimo compleanno in America.

dorando guidi con la sua futura moglie franca
Dorando Guidi con la sua futura moglie Franca Paolini
IL RITORNO IN ITALIA

Nel mese di agosto del 1960 siamo tornati a Lucrezia. […] Un po’ alla volta ho ritrovato tutti gli amici di un tempo. In questo periodo ho incontrato una ragazza, la prima volta che l’ho vista era con la Luisa nel distributore dei Ciacci, davanti alla chiesa.

Era stata un po’ di tempo a Roma ed era tornata da poco: era una biondina molto bella di nome Franca ed è stato subito amore. Sarebbe poi diventata mia moglie e la preziosa compagna di tutta la vita. […] Tra un cosa e l’altra sono passati più di otto anni; così Franca ed io una sera ci siamo guardati negli occhi e abbiamo deciso che era ora che ci saremmo sposati, se aspettavamo di avere i soldi non ci saremmo sposati mai.

Ci siamo sposati il 24 agosto 1969 nella chiesa di Lucrezia e don Giuliano ha celebrato il matrimonio, il primo con il nuovo rito a Lucrezia è stato il nostro. Siamo andati ad abitare nelle case popolari dove viveva la Franca, con il padre e la madre.

Dopo dieci mesi è nato nostro figlio Enrico, a vederlo adesso non si direbbe, ma quando è nato pesava solo due chili e mezzo ed è dovuto rimanere per quindici giorni all’Ospedaletto finché non ha raggiunto i tre chili di peso.

L’ESPERIENZA IN PARROCCHIA

[…] Dopo anni di lavoro alla Benelli, alla Fox Petroli, come imbianchino e magazziniere alla Simon di Calcinelli, più di recente per un certo periodo di tempo siamo stati in parrocchia con don Giuliano.

La Franca cucinava tutti i giorni in casa e tante volte nei locali per i pranzi che il Don organizzava quando c’erano le feste più importanti. Per tanti anni è stata anche nei campi scuola estivi in montagna a cucinare per i tanti ragazzi. Io facevo i lavori di manutenzione per la parrocchia.

Ho fatto anche parte del coro per più di 36 anni: ho cominciato con Padre Angelo Bernardoni e poi ho continuato con don Marco Mascarucci e con Stefano Venturi.

A me piaceva molto cantare nel coro e due volte c’è stata la Rai a riprenderci, era una soddisfazione ed un modo per sentirci più vicini al Signore. Con mia moglie, abbiamo diviso le gioie e i dolori che ci sono stati dati e continuo a pensare che è lei la cosa più bella della mia vita, io l’amerò sempre… »

Dorando Guidi

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