Il Metauro
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Ferrovia Fano-Urbino e PNRR, un altro treno perso

Il 30 giugno è scaduto formalmente il PNRR che prevedeva miliardi di investimento per il nostro Paese. Si tratta del risultato di un territorio immobile

treno vitruvio raffaello
Un immaginario treno “Vitruvio Raffaello” che collega Urbino a Fano (immagine generata con IA)

FANO – Il 30 giugno scorso si è chiuso formalmente il PNRR Piano Nazionale di Ripresa e Resilenza e per la provincia di Pesaro Urbino si è trattato dell’ennesimo “treno perso”.

Nonostante la quantità di finanziamenti a disposizione, il territorio non è riuscito a mettersi d’accordo per un progetto di mobilità pubblica e sostenibile. La Fano-Urbino rimane quindi un “binario morto”.

Le considerazioni dell’Associazione Ferrovia Valle Metauro che da anni si batte per il ripristino della ferrovia che collega Fano ad Urbino.

IL PNRR UNA OCCASIONE UNICA, PERSA

“La clessidra dei fondi PNRR è una delle scadenze più importanti per i grandi cantieri italiani. Dei miliardi stanziati per la transizione ecologica, ben 25 sono stati destinati alla rete ferroviaria.

Se in questo territorio fosse prevalsa la lungimiranza, fra pochi giorni un moderno treno elettrico – magari intitolato a Raffaello e Vitruvio – avrebbe attraversato la Valle del Metauro, collegando Urbino alla costa e offrendo a cittadini e turisti una mobilità pulita e civile. Purtroppo, la realtà ha preso un’altra direzione.

Basta allargare lo sguardo nel raggio di appena duecento chilometri per accorgersi che, altrove, le idee nel cassetto sono diventate cantieri. Nelle Marche, il PNRR lascerà in eredità il quasi totale raddoppio della linea Orte-Falconara e l’elettrificazione della Civitanova-Albacina (che segue il successo consolidato della Ascoli-Porto d’Ascoli).

Poco più in là, l’Umbria si distingue per l’ammodernamento e riattivazione della Ferrovia Centrale Umbra e l’acquisto di nuovi treni regionali a 200km/h, Firenze e Bologna rivoluzionano la mobilità urbana con nuove reti tramviarie, e la spina dorsale Firenze-Roma si aggiorna con i massimi standard tecnologici dell’ETCS. Chi ha saputo fiutare l’opportunità ha scommesso sul ferro per agganciare il futuro.

L’IMMOBILISMO DELLA PROVINCIA DI PESARO E URBINO

In questo scenario, l’entroterra della provincia di Pesaro e Urbino si conferma un caso isolato di immobilismo culturale. La responsabilità non va cercata nei palazzi di Roma o di Ancona, ma nella cronica incapacità del territorio di pensarsi “grande”.

Restiamo ancorati a stereotipi e vecchi ricordi, cullandoci nell’illusione onirica che i giovani debbano restare qui solo perché “si sta bene”, mentre il mondo civilizzato stringe il cerchio intorno a un isolamento che mentalmente è rimasto fermo agli anni ’80.

INERZIA E AZIONI DELIBERATE ALLO SMANTELLAMENTO DELLA FERROVIA

A peggiorare il quadro non è stata solo l’inerzia, ma un’azione deliberata. Per anni, amministratori locali si sono prodigati per ostacolare o smantellare l’infrastruttura esistente, riducendo al minimo le possibilità di un recupero del binario.

Enti e cittadini non hanno lesinato sforzi per scoraggiare o bloccare quei pochi tecnici e politici che avevano intuito il valore strategico dell’opera. Il risultato? Oggi, in ampie fette della nostra provincia, incontrare persone che non hanno mai preso un treno in vita loro è la normalità. E la cosa più grave è che non si percepisce quanto questo dato sia il sintomo di uno stato comatoso.

UN ENTROTERRA CHE INVECCHIA E SI SPOPOLA

Mentre le opportunità sfumano, l’entroterra si spopola e invecchia, sempre meno capace di decifrare il cambiamento circostante. È un processo che ricorda l’avvelenamento da monossido di carbonio: a ogni respiro cala la lucidità, mentre un sonno dolce e profondo conduce lentamente alla fine. Il nostro monossido si chiama provincialismo; la staticità del pensiero di una generazione che è stata capace di archiviare il lavoro dei padri e, al contempo, di allontanare i figli.

Le uniche speranze rimaste riposano oggi nella resistenza di pochi amministratori isolati, e nei dati scientifici di un progetto di ripristino che, nel confermare la fattibilità tecnica, snocciola numeri di traffico e costi chilometrici assai lusinghieri.

Nel frattempo, restiamo fermi sulla banchina a guardare i fari del treno PNRR che si allontanano. Intorno a noi restano pochi amministratori consapevoli, molti detrattori ormai sfiancati e un bellissimo progetto pronto ma inutilizzato. Non rimane che aspettare il prossimo treno di finanziamenti: un posto a bordo ormai si dovrebbe trovare!”

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