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Festa diocesana del lavoro, le riflessioni del vescovo Armando Trasarti

trasarti vescovo festa diocesana lavoroFANO –  Ha ancora senso celebrare la festa del primo maggio? Una manifestazione che, fin dalle sue origini – fin ottocento – ha visto celebrare ogni anno le conquiste ottenute dai lavoratori in campo sociale. A partire dal 1995, inoltre, il primo maggio è stato anche l’occasione per dare un senso cristiano alla festa del lavoro. Con l’istituzione, infatti, della festa di “San Giuseppe artigiano”, la Chiesa ha inteso sottolineare il valore umano del lavoro e benedire l’azione delle classi lavoratrici, volta ad ottenere maggiore giustizia e dignità dei lavoratori. In tale ottica duole constatare come, nelle varie manifestazioni, si rivendichino soltanto i diritti di coloro (i padri) che sono già tutelati e non venga spesa una parola per i tanti milioni di italiani – la maggior parte costituita dai figli – tenuti fuori dal mercato del lavoro e da ogni forma di tutela.

 

Il lavoro precario, una ferita aperta

 Un tempo, almeno fino agli anni Ottanta, le famiglie potevano fare un certo affidamento sul lavoro: di solito il lavoro e, nella maggior parte dei casi, lo stesso lavoro, nella stessa ditta, alle dipendenze dello stesso datore di lavoro, accompagnava il lavoratore fino alla pensione che, pur non essendo favolosa, permetteva di vivere senza troppe preoccupazioni. Chi, poi, aveva la fortuna di avere un impiego pubblico, “faceva il signore”.

Sebbene il lavoro sia cambiato, esso non ha perduto il suo originario significato. Resta in cima alle preoccupazioni di tutti gli uomini. Ma che succede in una società, come la nostra, “fondata sul lavoro”, se oggi il lavoro diventa sempre più raro? Un gran numero di persone chiedono lavoro e non lo trovano e sono costrette a vivere nell’insicurezza, con frequenti e lunghi periodi di inattività, senza reddito e senza tutele. Tanto che, molti giovani, per scoraggiamento e per assenza di alternative, rinunciano anche a cercare lavoro. Una situazione di disagio così preoccupante che ha portato i nostri vescovi a richiamare l’attenzione dei responsabili della cosa pubblica sulla priorità del lavoro, quale mezzo per “seminare speranza”.

“Il lavoro precario è una ferita aperta per molti lavoratori” (messaggio di Papa Francesco alla settimana sociale di Cagliari).

 

 Non è Egli forse il Figlio del carpentiere?”

 Condiscendenza divina fino all’estremo. Egli ha voluto condividere, fare proprie tutte le nostre esperienze umane, quindi anche il lavoro. Tutto ciò che è umano è stato salvato.

Ma allora il lavoro umano ha bisogno di salvezza: Salvato da che cosa? Il male, il pericolo in cui versa il lavoro dell’uomo sé stato spesso indicato con la parola “alienazione”. Cioè il rischio che l’uomo corre è che il suo lavoro sia considerato solo come una forza di produzione o una “merce” da porre sul mercato: il che accade inevitabilmente nelle società occidentali. Quantunque non manchino elementi di verità in questa analisi dei rischi umani cui è esposto il lavoro nella società attuale, essa tuttavia non coglie il bisogno di redenzione alla sua origine.

 

“Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza…”

 L’uomo è immagine di Dio. E’ in questo rapporto singolare con il suo Creatore che si fonda la dignità incomparabile di ogni persona, l’essenziale diversità e superiorità della persona umana nei confronti di ogni altra creatura. Ma l’uomo è immagine di Dio per il mandato ricevuto dal suo creatore di soggiogare, di dominare la terra: cioè lavorare.

Esiste dunque una connessione molto intima fra la dignità della persona umana e il suo lavoro, dal momento che esso è uno dei modi fondamentali in cui esprime il suo essere “ad immagine di Dio”.

Chiamiamo questa connessione fra la persona e il suo lavoro il valore etico del lavoro stesso. Questo certo ha un valore economico (di produzione); ha un valore sociale. Ma il suo valore più profondo gli deriva dal fatto che esso è compiuto da una persona e in vista di una persona: il primo fondamento del valore del lavoro è l’uomo stesso, e di conseguenza il lavoro è “per l’uomo”.

 

Garantire il primato della persona sul lavoro è la vera sfida

La vera e più profonda alienazione allora è che si sconnetta, che si separi il lavoro dalla persona. Quando accade questa sconnessione, questa separazione nella società contemporanea occidentale? Ogni volta che in economia si dà una inversione tra i mezzi e i fini nella vita economico-sociale. Questa inversione si verifica “nel lavoro quando è organizzato in modo tale da massimizzare soltanto i suoi frutti o proventi e non ci si preoccupa che il lavoratore, mediante il proprio lavoro, si realizzi di più o di meno come uomo, a seconda che cresca la sua partecipazione in un’autentica comunità solidale, oppure cresca il suo isolamento in un complesso di relazioni di esasperata competitività e di reciproca estraneazione” (G.P. II, Enc. Centesimus Annus 41,22).

E’ il grande compito di chi ha responsabilità nel mondo del lavoro: sindacati, imprese ed autorità civili. Essi sono i custodi di questo primato della persona, la cui dignità si esprime soprattutto nella sua capacità di trascendere se stessa e creare vere comunità umane. Quando un modo di organizzare il lavoro e la società, la produzione e il consumo, rende più difficile tutto questo, allora la società è contro l’uomo. La sfida è grande.

 

Lavoro come bene comune

 Il superamento di una visione “mercantilista” della società può avvenire solo nel ricupero della nozione e dell’esperienza del bene comune. Questo recupero esige il consenso della verità di due presupposti: gli uomini non vivono isolati, ma insieme, cosicché il bene proprio non può mai essere disgiunto dal bene dell’altro; è possibile ragionare insieme, discutere, correggere gli errori solo se si ammette che esiste un ordine oggettivo della giustizia e non solo i propri interessi.

Se non ricuperiamo il senso del bene comune, che è poi la dimensione più preziosa del senso dello Stato, non potremo raggiungere una organizzazione del lavoro fatta a misura della dignità della persona. Ciò che è necessario è una forte consapevolezza della nostra umanità in quanto è definita dalla ricerca del vero, del bene, del giusto. L’organizzazione del lavoro non è prima di tutto consenso sulle regole, ma o è consenso sui valori, che l’organizzazione del lavoro deve promuovere e difendere, o diventa inevitabilmente negoziazione di interessi di parte col rischio che prevalga quello del più forte.

 

Le conclusioni del Vescovo

 In presenza dei gravi problemi che oggi ci troviamo ad affrontare per difendere la dignità del lavoro umano (nuove forme di disoccupazione, impieghi poveri, contratti atipici a tempo determinato con rimunerazione molto bassa, ecc…), come è possibile ricostruire un patto sociale di vera solidarietà? Solo se ammettiamo l’esistenza di beni-valori reali e la nostra capacità di conoscerli.

Solo un consenso obbligante per tutti perché derivante dall’unico patrimonio comune, la nostra dignità di persone, permetteranno di riorganizzare il lavoro in modo adeguato alla sua vera natura etica.

 

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