Acqua, non solo crisi idrica ma anche crisi politica
Di fronte ad una crisi che si ripete ormai da anni le risposte della politica sono inadeguate. Le osservazioni e le proposte del Forum dei Beni Comuni
PESARO – Crisi idrica in provincia di Pesro e Urbino. La posizione del Forum provinciale per i Beni Comuni. Tra i punti sollevati: da anni, in estate e non solo, si ripete la carenza d’acqua pertanto non si può parlare più di crisi ma di un dato di fatto. Ecco perché vanno trovate e adottate le necessarie soluzioni. In questo quadro la politica manifesa la sua incapacità di affrontare la questione in maniera strutturale. L’acqua è un bene comune e come tale va tutelata dagli interessi privati il cui interessa è puramente quello speculativo. Di seguito la nota completa.
“Ogni estate lo stesso copione: pioggia scarsa, sorgenti in secca, fiumi che trasportano volumi di acqua al di sotto del deflusso minimo vitale, quindi crisi idrica e problemi con l’approvvigionamento ai fini idropotabili.
Di fronte al paradosso di una stessa emergenza che si propone da anni, e che quindi non può più essere definita tale, le risposte della politica sono inadeguate.
Certamente dal duemila a oggi alcuni interventi sono stati fatti, ma non sembrano per niente sufficienti a risolvere il problema.
Ad oggi in sintesi lo stato dei fatti è il seguente: assenza di un Piano Acquedotti Regionale utile a fornire una visione d’insieme della situazione e da cui partire per decidere gli interventi strutturali; mancanza di una piena sinergia tra il settore agricolo e quello dell’idropotabile; assenza di politiche pianificatorie atte a contenere nuove impermeabilizzazioni dei suoli e una seria tutela del patrimonio boschivo inteso anche come sistema idraulico naturale; pressioni continue per l’attingimento dalle falde profonde (Pozzo Burano) anche se non ci sono certezze sulle conseguenze che potrebbero prodursi nel caso di un loro uso a pieno regime; mancata individuazione delle acque da considerare riserve strategiche (comma 2 della legge 5/2006); nessuna “pulizia” degli invasi esistenti e nessun studio serio sulla localizzazione di nuovi bacini di accumulo anche se, in realtà, pare che in questa provincia non esista una zona veramente idonea ad ospitare un grande invaso.
Da considerare, poi, che recuperare la quantità di acqua persa dalle condotte potrebbe significare, di fatto, avere a disposizione proprio la quantità di risorsa che serve per evitare che si producano emergenze.
Inoltre, resta sospesa la proposta della “rete dei laghi” per la raccolta delle acque nei periodi di abbondanza e quella sui laghi diffusi per uso irriguo.
Allora che fare? La Rete per i Beni Comuni, cittadini attivi che hanno rivolto la loro attenzione verso i temi della gestione dei Beni Comuni, considera necessarie alcune azioni che fino ad oggi sembrano essere state sottostimate.
In primo luogo, lo studio del territorio. Occorrono maggiori investimenti affinché si possa arrivare a dati certi e aggiornati su quello che il territorio è realmente in grado di offrire senza intaccarne la capacità di rigenerarsi, per poter pianificare nuove opere.
Altrettanto importante è promuovere una vera cultura dell’acqua. Servono campagne permanenti di sensibilizzazione rivolte alla cittadinanza e alle scuole, perché modificare i comportamenti richiede tempo e continuità.
Altra questione è il rispetto degli atti emessi da Comuni e Regione. Ogni anno, con la crisi idrica, arrivano i divieti ad un suo improprio dell’acqua, ogni anno questi divieti vengono puntualmente ignorati ben sapendo che difficilmente si incorrerà in sanzioni.
Lavaggio di auto, riempimento di piscine, annaffiatura di giardini e campi da calcio, tutto avviene alla luce del sole e senza conseguenza alcuna.
Diverso sarebbe se venisse approvato un protocollo d’intesa tra Prefettura, ATO, Pubbliche Amministrazioni e corpi di polizia in modo da mettere tra le priorità gli interventi di vigilanza sul territorio, almeno a crisi idrica conclamata.
La decisione del Sindaco di Fano di non adottare nessuna ordinanza per limitare l’uso dell’acqua della rete pubblica non è una assunzione di responsabilità ma una autorizzazione implicita allo spreco.
Infine, di primaria importanza la questione degli affidamenti della gestione del Servizio Idrico Integrato. Il 31.12.2030 scadranno tutti gli affidamenti attualmente in vigore in provincia e il rischio che la gestione dell’acqua possa venire “consegnata” nelle mani di un privato, quindi del mercato e del business, non può non apparire contraria ad ogni logica di buon senso.
Per il privato l’acqua è merce per cui più se ne adopera, più incassa e guadagna. La proposta delle Rete per i Beni Comuni è che il servizio venga affidato direttamente ad una società tutta pubblica unica in grado di garantire la tutela dei cittadini e di predisporre uno statuto che imponga il reimpiego degli utili nel miglioramento del servizio piuttosto che distribuirli tra i soci sottoforma di dividendi.
Questo consentirebbe di impegnare più soldi per l’ammodernamento di acquedotti, fognature, per la depurazione e la potabilizzazione e,cosa non meno importante, per lo studio, la pianificazione e la progettazione.