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La Basilica di Vitruvio e i tigli di Piazza Andrea Costa

Il comitato dei cittadini del centro storico chiede che vengano salvaguardate le alberature della piazza assieme ai resti della basilica di Vitruvio

tigli vitruvio fanoFANO – Un brutto destino per i tigli di Piazza Andrea Costa sembra già segnato. Non condividono le scelte di Soprintendenza e Amministrazione i cittadini del centro storico i quali auspicano invece che “la Basilica di Vtrivuio sia presa come occasione unica per un nuovo modo di operare”.

“L’archeologia – afferma il Comitato Residenti Centro Storico – soprattutto quando opera in contesti urbani vivi, non può considerare il presente come un ostacolo da rimuovere, ma come un interlocutore necessario.

L’idea che si possa “abbattere ora per ripiantare dopo” rappresenta una logica pericolosa: la stessa che, nella storia, ha giustificato usurpazioni, cancellazioni, colonizzazioni. La città non è un terreno neutro. È un organismo complesso, fatto di persone, architetture, alberi, relazioni”.

I protocolli applicati dalla Sovrintendenza – continua la nota – così come formulati, rischiano di creare una distanza significativa tra tutela del passato e cura del presente. Una distanza che non rispecchia la realtà viva della città né le esigenze dei suoi cittadini.

Il rinvenimento della Basilica di Vitruvio – aggiungono i cittadini – rappresenta un’opportunità straordinaria per mostrare al mondo un modello diverso di intervento: un modello in cui memoria, storia, tradizione, cultura e contemporaneità si incontrano nel rispetto reciproco. Un’occasione per raccontare una grande storia senza cancellare quella già in atto.

La Basilica non emerge in un campo isolato, ma in una piazza caratterizzata da un impianto di tigli che la rende una delle rarissime piazze vegetali coperte in Italia. Un patrimonio vivente che dovrebbe essere considerato parte integrante del processo di tutela.

I resti archeologici, pur significativi, risultano minimi e perfettamente ricollocabili in forma virtuale nel tessuto urbano. Per questo, il valore dell’impianto arboreo non può essere escluso dal modus operandi degli scavi.

La presenza dell’impianto dei tigli non è un’aggiunta recente, ma un elemento strutturale del paesaggio urbano, con valore storico, climatico e percettivo.

L’attuale altezza dei tigli, che con le loro chiome in estate creano una vera e propria piazza coperta, definisce di fatto l’ingombro volumetrico della Basilica vitruviana. Ciò significa che gli stessi elementi vegetali — le alberature — restituiscono oggi un’immagine di spazio coperto di circa 15 metri di altezza.

Questa coincidenza volumetrica potrebbe diventare un elemento di grande valore: è possibile immaginare una trascrizione contemporanea della Basilica attraverso le alberature esistenti? Nel
periodo dei sondaggi archeologici, il contributo percettivo e simbolico offerto dai filari di tigli potrebbe essere riconosciuto come parte integrante del racconto e della valorizzazione del sito.

Lo svelamento non può essere un taglio L’archeologia è un gesto di cura, di delicatezza, di rivelazione. Non può prevedere il sacrificio di ciò che vive oggi.

Sorge spontanea una domanda che interpella tutti: Cosa direbbe Vitruvio? È coerente coprire i reperti con teli per eliminare i tigli viventi? E con lo stesso criterio, dopo gli alberi, dovrebbero essere abbattuti anche gli edifici? Si decide di eliminare la storia presente per un antico passato? Siamo davvero certi di conoscere il pensiero di Vitruvio al di là dei principi di solidità, funzione ed estetica? Un appello

Chiediamo – termina la nota – che il lavoro archeologico sui resti della Basilica di Vitruvio diventi un esempio di intervento capace di rispettare il passato senza negare il presente, e di educare attraverso il proprio stesso metodo.

Un’occasione per dimostrare che la cura è possibile. Che la città può essere ascoltata. Che la storia può emergere senza cancellare la vita.

Che la visione — già oggi possibile — di un parco archeologico innestato sull’esistente possa diventare la formula vincente per raccontare e rendere visibile questa parte antichissima e preziosa della città di Fano, dove da oltre duemila anni convivono, a differenti livelli stratigrafici e storiografici, tracce e memorie indelebili”.

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